Un intellettuale europeo nella Nuraminis del Seicento: Efisio Soto Real

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La voce che Pasquale Tola dedica al Soto Real nel suo Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna

Il comprensorio delle scuole medie di Nuraminis ha una storia lunga. Nel secondo dopoguerra esso costituì luogo di incontro tra studenti provenienti da comuni di SerrentiMonastirSamatzaiPimentel, che per frequentare le scuole dovevano recarsi quotidianamente a Nuraminis. Quest’ultima, infatti, è stata la prima comunità a dotarsi delle scuole medie inferiori.

Il comprensorio restituiva a Nuraminis, ancora nella metà del Novecento, quella centralità che la comunità aveva sempre avuto fin dal basso medioevo, quando venne fondata una prima volta divenendo poi capoluogo della omonima curatoria giudicale. Tale centralità era dovuta ad una serie di fattori, tra i quali il dinamismo di alcune famiglie che animarono la vita socio-economica del villaggio, ponendolo in connessione diretta con le altre realtà produttive del regno di Sardegna.

A partire dal XVII secolo, il villaggio divenne meta d’insediamento di una serie di ceppi familiari che dalle regioni interne mossero verso la pianura, dopo che queste erano rimaste abbandonate per secoli, a causa delle guerre e delle pestilenze. Tra queste famiglie annoveriamo anche quella dei Siotto diOrani, che tra Cinque e Seicento presero a risiedere a Nuraminis.

Uno dei loro rampolli, il cui nome di battesimo era Giuseppe, venne avviato agli studi con un successo notevolissimo. In pochi anni, Giuseppe Siotto (che mutò il suo nome Efisio Soto Real) divenne uno degli intellettuali più in vista del mondo spagnolo dell’epoca. In tanti hanno sentito pronunciare il suo nome, ma solo pochi sanno chi egli sia stato e cosa abbia fatto.

In questa sede riproponiamo la trascrizione di uno scritto di don Spiga, celebre parroco della Nuraminis del Novecento, che dedicò alcune pagine biografiche al Soto Real, proprio nei giorni nei quali veniva varata la nuova scuola media inferiore del paese la quale, su proposta proprio di don Spiga, venne dedicata all’Efisio Soto Real. La pubblicazione (rara) della quale riportiamo uno stralcio è stata donata a Khorakhané da un socio ed è consultabile presso la piccola mediateca dell’associazione.

Da ATTILIO SPIGA, Note storiche sulla Sardegna con particolari su di una celebrità paesana del Seicento, Editrice Alzani.

Egli nacque a Nuraminis nel maggio del 1633. Il suo vero nome di battesimo è Giuseppe, nome che mutò in quello di Padre Efisio di San Giuseppe quando entrò a far parte dell’Ordine degli Scolopi. Il suo cognome ritengo fosse “Siotto”, che, per la mania del suo secolo di ingentilire e spagnolizzare nomi e cose, era stato accorciato in “Soto”. Perché abbia aggiunto anche “Real” non ve lo so dire, poiché in nessun storico ho trovato una spiegazione sufficiente. Forse – io penso – questa aggiunta non era altro che un atto di devozione – secondo gli usi dell’epoca – e di cortigianeria spagnolesca alla cosidetta “Sacra Real Magestad” del re di Spagna, che purtroppo rovinosamente governava la Sardegna. Il cognome materno era Pirisi Corda, come risulta dalle sue firme.

Fin da fanciullo rivelò un buon intelletto e una forte volontà di studiare, per cui fu accolto in un Istituto dei Padri Scolopi a Cagliari. Viveva ancora il fondatore dell’Ordine, GiuseppeCalasanzio, morto a Roma nell’anno 1648 a 92 anni di età, e fu elevato agli onori degli altari nel 1767 dal Sommo Pontefice Clemente XIII.

Questo santo fondatore fu davvero un grande benefattore dell’umanità. Turbato e commosso per l’analfabetismo e l’ignoranza che regnava in Spagna, sua patria, in Italia, e più ancora in Sardegna. Istituì quell’Ordine – nominato in principio: “Ex scholis piis” (delle scuole pie), mutato in seguito col semplice nome di “Scolopi”, col voto di dedicarsi all’insegnamento gratuito delle classi più disagiate. Il nostro concittadino progredì, con gli anni, nello studio e nella pietà. Compiuto il noviziato fece la sua semplice professione nelle mani del Padre Pietro di San Pellegrino, succeduto al padre Francesco della Madre di Dio nella direzione del Collegio di Cagliari nel 1656.

Non si conosce la data precisa della sua ordinazione sacerdotale, si sa però da documenti dell’archivio dell’Ordine, che dopo l’Ordinazione fu inviato, per l’insegnamento, prima nel Collegio di Roma, poi nel Collegio di Napoli, Genova, Macerata, Norcia e Spoleto. Si acquistò presto una buona fama non solo come insegnante, ma anche come predicatore, che sapeva attirare i fedeli con le sue affascinanti doti oratorie.

Dopo nove anni ritornò in Sardegna verso il 1665. molti favori procurò all’Ordine, prevalendosi della stima del viceré Camarassa e dell’Arcivescovo di Cagliari Pietro Vico, il quale lo elesse tra i suoi più intimi consultori, nominandolo pure Visitatore dell’Archidiocesi. La fondazione del Collegio di Tempio è opera sua e vi spese, lottando e pregando, molte cure e travagli, dei quali fa memoria nei suoi scritti.

Non poche città della Sardegna e del suo continente se lo disputavano per la sacra predicazione, riscuotendo dappertutto plauso e ammirazione. Attendeva inoltre a scrivere e pubblicare voluminose opere di Teologia, di esegesi, di storia e oratoria. Fra le tante sue opere sono notevoli le seguenti 1) dottrina sacra e istruzione teologica, volume in 4° stampato a Toledo nel 1673; 2) Lezioni esegetiche sul Libro dell’Esodom stampato a Madrid (1674); 3) Discorsi vari in 4° stampato a Toledo (1676); 4) Compendio di Storia della Sardegna, stampato a Madrid (1674); 5) L’anticristo e i suoi precursori, stampato a Madrid (1675); 6) Vita e miracoli di San Giuseppe Calasanzio, stampato a Madrid (1675). Quest’ultima opera fu dedicata al Re di Spagna Carlo II e, secondo la testimonianza del Martini (1800-1866) e del Siotto Pintor (1805-1882) fu scritta con molta esattezza storica ed eleganza di stile.

Tutti questi libri scritti e pubblicati in lingua spagnola – la lingua ufficiale dell’epoca – non si trovano più in commercio, ma unicamente – se pure non tutti – nella biblioteca universitaria di Cagliari e in qualche archivio storico.

Non si può certamente pretendere che tali opere siano esenti da difetti. La giusta critica però non può essere che favorevole, in parte almeno, considerando in modo particolare, il secolo in cui visse l’autore, secolo il più infelice, quando l’oratoria sacra e forense, le lettere e, in parte, anche le arti, precipitarono nella decadenza più deplorevole.

A differenza di tanti altri il Padre Soto Real si è distinto per elevatezza di concetti e per un afflato di eloquio vivo e fervido. Il Tola (1803-1833) afferma che il nostro concittadino, come oratore e come scrittore alla facilità del parlare e dello scrivere, univa ferrea volontà e fervido ingegno, e se non fosse stato angustiato – continua – ingiustamente nel tempo migliore di sua vita, avremmo in lui uno dei più bravi scrittori della Sardegna.

Venne anche per lui l’ora durissima della prova e dell’amarezza; le incomprensioni, l’invidia e la malevolenza di qualche confratello lo dipinsero presso i superiori come uomo irrequeito, turbolento e lontano dallo spirito di pace e di raccoglimento del monastero.

I superiori prestarono fede alle ingiuste accuse – non del tutto ingiuste, purtroppo! – lo redarguirono e lo chiamarono in Spagna. Obbedì, ma in seguito, continuando le persecuzioni, vedendosi con le ali tarpate, tormentato da una profonda angoscia si ribellò e, poiché non aveva ancora pronunciato i voti solenni, se ne uscì dall’Ordine religioso, che pure aveva abbracciato con tanta gioia e con tanto amore.

Questo abbandono dell’Ordine diede luogo a molte critiche, non sempre giuste e ponderate. È innegabile che il sacerdote, sia secolare, sia regolare, dovrebbe essere un vivo ritratto del Divino Pastore Gesù, sopportando con pazienza e con umiltà le ingiustizie e le persecuzioni. Purtroppo però anche il sacerdote è una fragile creatura umana e anche per lui la pazienza ha un limite. Quando al cospetto di un individuo baciato in fronte dal genio, si erge dispettosa qualche mezza figura, che, per invidia e per arrogante presunzione, tenta di sbarrare il passo verso la faticosa ascesa, lo mette in mala vista, gli fa sanguinare il cuore.

Oh! allora è facile che prorompa spontaneamente e irrefrenabile il grido della ribellione! Tuttavia Efisio Soto Real rimase sacerdote libero, ma esemplare e zelante, benché amante di quella libertà ch’è si cara – direbbe l’Alighieri – come sa chi per le vita rifiuta.

Quindi niente apostasia, come qualcuno vorrebbe sostenere, tanto più che non era legato all’ordine da voti perpetui. Si mantenne in buoni rapporti con molti padri calasanziani e fu sempre tanto devoto del santo fondatore; tanto è vero che la sua vita la scrisse e pubblicò quando già, da qualche tempo, era fuori dell’Ordine.

Del resto questo caso di abbandonare un Ordine Religioso non è molto caro nella storia della Chiesa. Anche il genio immortale di frate Elia, compagno di San Francesco, uscì dall’ordine. Cosi pure San Camillo de Lellis cambiò ordine religioso parecchie volte, ciononostante per la sua santità fu canonizzato.

Fra tutte le prediche del Soto Reale è rimasta celebre quella tenuta il 2° mercoledì della quaresima dell’anno 1685 alla presenza del supremo consiglio reale di Madrid. La dedicò alla Dichessa di Medina Celi, moglie del famoso Ministro dello stesso nome. Nel frontespizio del libro contenente quella predica si legge questa filastrocca di titoli in lingua spagnola: “El Rev.mo Doctor Efisico Soto Real Pirisi Corda, doctor in ambo decretos, y la sagrada teologia, predicator de sa Magestad Catolica y su Visurei y Coseiyros en el regno del Cerdena, fundador de Collegio de Nostra Segnora de Tempio, Visitador General de is Obispados de Caller, de Espoleto, de Norcia ecc ecc”. Anche qui questa presuntuosa sfuriata di titoli fu giudicato un uomo superbo e vanitoso. Certamente questo ridicolo sbandieramento di onorificenze oggi farebbe ridere, ma bisogna tenere conto dei tempi e dei costumi. In quei tempi pieni di vuotaggini era una sciocca moda universale fare sfoggio di onori e meriti bene o male acquistati.

Moda, del resto, che si è mantenuta fino a non molti anni or sono, persino nell’ambiente ecclesiastico. Basta passare in rassegna qualche lettera pastorale degli arcivescovi di Cagliari, per convincersene; eccone un esempio nelle lettere di Mons. Serci morto nel 1900: “Mons. Paolo Maria Serci Serra, teologo e dottore in utroque, arcivescovo di Cagliari, primate di Sardegna e Corsica, vescovo di Bonavoglia, vessillifero di Santa Romana Chiesa ecc.”

A questo proposito il sottoscritto ricorda un curioso episodio. Nel 1903 venne a Cagliari il re Vittorio Emanuele III. Dopo i soliti convenevoli il re s’intrattenne un po’ a conversare con l’arcivescovo Mons. Pietro Bulestra, al quale – per celia – chiese: “Eccellenza, quanto le frutta l’essere primate di Sardegna e Corsica?”. E l’arcivescovo pronto rispose: “quello che frutta a Vostra Maestà l’essere re di Cipro!”. Si sa bene che i Re d’Italia avevano anche il titolo di Re di Cipro.

Dunque non c’è da scandalizzarsi se anche il nostro concittadino, seguendo l’uso del tempo, fece sfoggio dei suoi titoli. Egli passò il resto della sua vita in Spagna e per lo più in Valenza e a Madrid. Continuò a predicare e a pubblicare i suoi scritti riscuotendo lusinghieri elogi.

Morì nel 1690 all’età di 57 anni. È deplorevole che non si trovi documento alcuno né della data precisa, né del luogo dove morì. Si sa con certezza che il re di Spagna in quell’epoca avevano il privilegio di proporre al Papa i candidati al vescovado delle città del loro regno e il Papa ordinariamente approvava.

Il Soto Real però non raggiunse tale onore forse a causa della sua morte prematura. Per concludere si può affermare che è giusto che Nuraminis ricordi questo illustre concittadino. Con ragione pertanto dietro insistenze del sottoscritto, al suddetto personaggio è stata dedicata la nuova scuola media.

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